La lettera al Presidente della Repubblica, che riporto integralmente di seguito, è stata inviata dal prof. Francesco Scala come un grido d’allarme di chi sente la necessità di esprimere tutte le proprie sensazioni partendo dalla foto di un paniere e tutto ciò che esso può rappresentare in questo terribile momento.

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Stimatissimo Signor Presidente,

questa immagine ripresa in un vicolo del centro antico di Napoli dice più di mille parole.

Il cartello recita “chi può metta, chi non può prenda”. È più o meno quanto scritto su una scatola che campeggiava nell’antistudio di S. Giuseppe Moscati, medico santo (Benevento 1880 – Napoli 1927) molto radicato nel cuore dei napoletani.

Essa postula l’esistenza di una “societas” fatta di donne ed uomini solidali che hanno imparato a stare insieme aiutandosi e rispettandosi, affrontando così le traversie incidenti.

Ha una matrice antica in cui si è innestato il cattolicesimo e costituisce la cifra caratterizzante l’Italia. Tutta.

Perché in questi giorni straordinari ciascuno ha avuto modo di vedere mille episodi rivelatori della stessa matrice, a Napoli come a Codogno, Lodi, Bergamo, Roma, Palermo etc.

E non poteva essere diversamente poiché questo è lo spirito della nostra meravigliosa Costituzione. Che all’articolo 2 recita “La Repubblica…… richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”

Ed all’articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il lavoro rende liberi

Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) c’era scritto sul cancello di Auschwitz, sigillo di una delle pagine più drammatiche e disgustose della storia dell’umanità scritta dalla delirante volontà di potenza di un popolo.

Nella nostra Carta, invece, il lavoro, ancorché duro, in uno con la dottrina sociale della Chiesa, accompagna ciascuno al riconoscimento della propria dignità di essere umano e conseguentemente a riconoscere altrettanta dignità e valore agli altri membri della comunità, fratelli e compartecipi dello stesso percorso.

Un Paese costruito su solide fondamenta

Il nostro Paese è stato costruito, anzi, ricostruito su queste solidissime e condivise fondamenta da una comunità di milioni di donne ed uomini di matrici culturali, sociali e politiche diverse ma tutti “lavoratori” e faticatori, onesti e laboriosi, aperti e solidali, risparmiatori e dediti al bene della famiglia e della comunità tutta.

Da nord a sud; da est ad ovest senza distinzione alcuna. Nell’arco di due/tre generazioni Questi Italiani hanno onestamente risparmiato ed accumulato un tesoro diffuso di risparmio privato e piccola proprietà, primazia tutta italiana, che fa gola ai potentati finanziari internazionali, che è stata già abbondantemente attentata ed erosa negli ultimi 20 anni.

Così come Questi Italiani, con la sapiente regia dello Stato, hanno costruito una struttura industriale fondata su un perfetto equilibrio di grande, piccola e media impresa che ha espresso ed esprime qualità, valore e valenza strategica: anch’essa oggetto della bramosia dei potentati internazionali; anch’essa seriamente attentata da svendite di asset strategici e privatizzazioni lesive degli interessi nazionali portate avanti con il consenso diffuso, a volte unanime.

Il nostro Paese è diventato negli ultimi anni terreno di conquista ed a volte di saccheggio da parte proprio di coloro ritenuti più “prossimi”.

Non vi è dubbio che nessuno possa scagliare prime pietre: tutti abbiamo sbagliato e chi non ha sbagliato operando in prima persona, ha sbagliato comunque credendo, supportando, votando, in totale buona fede, chi ha operato in prima persona.

Così come sono stati firmati e ratificati accordi, trattati, sono state apportate modifiche costituzionali nei modi prescritti ed ulteriori modifiche costituzionali non hanno passato il vaglio referendario.

Nulla è accaduto per caso.

Non mi permetto di chiederLe di indirizzare le cose in un senso piuttosto che in un altro: sarebbe profondamente irrispettoso oltre che improprio, confido solo nell’esercizio pieno del ruolo di massimo garante che Le compete.

L’onta di essere appellati come PIGS

In questi ultimi anni Questi Italiani, laboriosissime formiche, hanno dovuto subire l’onta di essere appellati come cicale, anzi come “pigs” cioè maiali (oltre al significato dell’acronimo); hanno dovuto subire l’onta di essere derisi e sbeffeggiati nelle sedi istituzionali europee; sono stati e sono mortificati costantemente dalla stampa e dall’opinione pubblica europea; noi cittadini soffriamo nel vedere i nostri rappresentanti istituzionali fare appello ripetutamente e senza dignità alla “bontà” altrui; soffriamo nell’assistere all’imbarazzo ed alla balbuzie dei nostri rappresentanti nelle sedi competenti.

Quello che i cosiddetti “Paesi del nord” ci stanno dicendo è che loro sono persone serie e non adusi alle farse; i trattati si leggono, si studiano, si veicolano nei modi e nelle sedi prescritte ed infine consapevolmente si firmano; e non si può chiedere agli altri di mentire o addirittura di coinvolgerli in percorsi intricati e bizantini per velare la verità, per giunta facendogli perdere tempo ed energie che intendono impiegare (legittimamente) per rafforzare ancora di più le loro posizioni, impadronirsi di nuove quote e spazi di mercato da noi lasciati liberi in ragione della nostra stasi permanente e della assoluta mancanza di un piano strategico per il futuro.

Per questo ci trattano con fastidio; purtroppo hanno anche ragione; ma resta il fatto che tutto questo non lo meritiamo.

Il teatrino di questi ultimi giorni, con il Paese tutto in ginocchio, che aspetta con il cappello in mano è vergognoso.

Senza considerare le ombre proiettate da relazioni passate ma recenti di qualche membro del Governo con eminenti figure della finanza internazionale che, quasi tutta ha scommesso e vinto capitali da capogiro in questi giorni sul default del nostro Paese e/o sulla possibilità di acquistare in svendita e controllare nostri asset strategici e pregiati.

Chiedete e vi sarà dato

Veda Signor Presidente, le cose sono semplici, ed immediate (cioè senza necessità di mediazione alcuna).

La realtà di questi giorni ci dice che chi ha avuto bisogno ha sempre trovato qualcosa in quel paniere; non abbiamo visto alcuno strattonare la corda bestemmiando o implorando avendolo trovato vuoto.

Nella nostra comunità nazionale vale ancora l’evangelico “chiedete e vi sarà dato”. Lo dicono i fatti.

Sempre nella foto, in verità, ci sono due panieri vicini.

Mettiamola così: in uno ci sono le risorse necessarie (magari una parte del risparmio privato dei cittadini; sarebbe più che esuberante i bisogni); nell’altro deve esserci un piano strategico che guardi al futuro del nostro Paese, evitando di essere saccheggiati nell’immediato offendendo ulteriormente la memoria dei milioni di “formichine” che hanno fatto grande questo Paese ed i tanti (forze dell’ordine, magistrati, uomini politici, cittadini) che hanno dato perfino la vita alla nostra Comunità nazionale.

Si può fare. Adesso! Senza elemosinare, senza balbettare, senza più aspettare.

Andiamo avanti per la nostra strada con quanto abbiamo e ce la faremo! Con coraggio e dignità. Quegli stessi che De Gasperi dimostrò e testimoniò nel 1945 alla Conferenza di Parigi. Quegli stessi che Moro e Mattei hanno pagato con la vita.

Tutti abbiamo letto le pubbliche proposte fatte, alternative al ricorso ad arzigogolati strumenti europei.

È necessario però che chi di dovere, assolvendo al proprio Alto Mandato, rimuova davvero tutti gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della Comunità nazionale e l’effettiva partecipazione (ovvero la possibilità di poter conferire risorse, competenze, saperi, disponibilità) di tutti i “lavoratori” all’organizzazione politica, economica e sociale, nonché al benessere ed allo sviluppo del Paese. Riconoscendosi ed attribuendosi reciprocamente valore e dignità.

Con osservanza,

Francesco Scala