La sconfitta in Calabria ed in Emilia Romagna è difficile da digerire. Seppur nelle previsioni di qualche analista e nelle sensazioni di coloro che, come me, cercano di vivere il Movimento come una creatura da difendere per il bene di tutti, stamattina purtroppo bisogna fare i conti con la triste realtà, e ci non ò è affatto cosa semplice. Le numerose chat che hanno intasato il mio smartphone fin dalle ventitrè di ieri sera mi hanno aiutato a far chiarezza nella ricerca, man mano che si palesava il risultato, delle possibili cause che hanno determinato questa situazione.

Ho evitato di scrivere in quelle chat il mio primo pensiero ed avrei preferito che anche molti altri lo facessero, perché ritengo che in questi momenti le parole fuoriescono dalla pancia piuttosto che dal cervello e servono più a creare confusione che a tentare di intavolare una discussione profonda e costruttiva proiettata al miglioramento del Movimento e del Paese.

È proprio dalla lettura di alcuni commenti che traggo tristi conclusioni per questa sconfitta del Movimento in cui credo ormai da dieci anni. Se davvero ci sono tanti cosiddetti “attivisti” che continuano ad indirizzare la propria riflessione verso l’analisi puramente algebrica dei numeri fuoriusciti dalle urne, accostando ad essa una riflessione politico-partitica fatta di critiche a questa o quella alleanza, a questa o quella scelta, a questa o a quella persona, ritengo che sia il caso di rivedere la formazione civica della “base attiva” sui principi fondanti del Movimento.

Ciò perché ho l’impressione che l’esaltante risultato alle elezioni politiche nel 2018 abbia consentito a tanti cittadini di avvicinarsi al mondo dell’attivismo a 5 stelle senza assimilare quei concetti fondamentali che ci hanno permesso di credere in un sogno e per questo lottare convinti di difendere il bene comune anche quando prendevamo nelle urne percentuali da prefisso telefonico.

Questa lacuna ha alimentato un attivismo fragile, eccessivamente orientato al risultato elettorale e lontano dalla reale propensione rivoluzionaria del Movimento che tanto era piaciuta al popolo italiano dopo oltre un ventennio berlusconiano in cui la politica (tutta) si era completamente allontanata dalla realtà di un Paese in gravissime difficoltà.

L’identità rivoluzionaria che ci ha spinto fino al 4 marzo 2018 aveva ridato alle persone la speranza di poter vivere nuovamente in un Paese guidato da cittadini liberi da condizionamenti, non corrotti e affezionati più al benessere della collettività che al proprio.

Questa identità è stata offuscata dall’autoreferenzialità di molti che, per inseguire la propria popolarità, hanno infranto quel sogno riconosciuto e voluto dai cittadini. Ritengo che la riluttanza nei confronti dell’obiettivo di natura sociale per cui siamo nati come forza politica, alimentato dalla scarsa preparazione di alcuni e dall’ignoranza funzionale di altri, sia una delle cause che ci ha allontanato ancor di più dall’elettorato.

Tra gli uomini del M5S continua purtroppo ad aumentare questa maledetta voglia di intendere la politica solo come un esercizio di analisi strategica per il proprio posizionamento istituzionale piuttosto che un valore da mettere al servizio del benessere della collettività.

Pertanto sono ancora convinto, in buona sostanza, che il desiderio comunitario di migliorare la condizione di questa terra, distrutta da coloro che oggi festeggiano una vana gloria, non può affievolirsi a causa di un risultato elettorale così negativo. Esso deve essere alimentato con la perseveranza nell’azione sociale affinché sempre più cittadini si convincano dell’importanza dei propri gesti nell’economia di una politica che deve tornare ad incidere positivamente nella vita di tutti.

Questo recupero potremo sostenerlo soltanto se tutti insieme ci impegneremo nel far capire alla gente che un buon politico deve “fare” nell’interesse comunitario e smettere di “promettere” per sorreggere solo se stesso.

Pubblicato su La Città di Salerno